Mito senza tempo: e il resto non conta

Roma, ottobre 1985

« Tirando le somme, ho… il convincimento che un apporto al cinema italiano così totale, come l’ho dato io, non l’abbia mai dato nessuno ». Francesca Bertini la pensava così, con la naturalezza di chi si sente “nata” diva e rimane, per tutta la propria esistenza, attaccata al proprio mito, rifiutandosi di tener conto del passare del tempo. « Tutto quello e tutti quelli che sono venuti dopo di me, non valgono niente, non contano niente. Ero un’autrice-attrice. Le scrivevo io le sceneggiature. Li dirigevo io, i film. Mi pagavo io i vestiti di uno chic magistrale, i cappelli, le pellicce di ermellino e ogni altra cosa che mi ha creato una fama di elegantissima alla Boldini… Facevo tutto io; i registi erano ottime persone, ma… ».
Ma… il resto non conta, secondo la dichiarazione che fa da titolo al volume di memorie che la Bertini diede alle stampe nel 1969. L’interpretazione più giusta da fare a tale titolo è, con ogni probabilità, questa. Per una creatura egocentrica ed ambiziosa, che importanza può avere tutto quello che non riguardi direttamente i propri trionfi artistici, divistici, mondani, femminili?
Oltre al talento, alla bellezza, allo charme, concorse alla creazione del mito Bertini il mistero. « Pochissime erano coloro che potevano affermare di avermi vista di persona. Gelosa di me e del mio affascinante lavoro, uscivo molto raramente… Voglio essere sincera: da questo atteggiamento non esulava il calcolo. Avevo intuito che, agendo diversamente, avrei spezzato l’incantesimo… Così, anche sotto l’aspetto pubblicitario ho precorso i metodi di “lanciamento” delle grandi case americane. Con una differenza, però: che io, cioè, non usufruii mai di nessun agente specializzato che me li suggerisse, come oggi accade alle “dive” d’oltre oceano. Seppi sempre creare da sola la mia pubblicità. Ad essa un gran contributo lo recarono i miei abiti e i miei cappelli. Come un certo gran cappello di raso, con una spaccatura laterale, che valse ad imporre una moda. Così dicasi per gli atteggiamenti meno copiabili, ma altrettanto imitati. Le buone figliole che affollavano le platee si sarebbero sentite diminuite se non avessero camminato “alla Bertini”: come, cioè, la Bertini non si era mai sognata di camminare altro che nei teatri di posa davanti alla macchina da presa… ».

Contratti favolosi, fans in delirio, ammiratori altolocati e adoranti, un nome magico: la Bertini. Il resto non conta. Ma questo titolo potrebbe avere pure un significato diverso, meno evidente. Non è un caso che il racconto del libro si fermi all’immediato dopoguerra, al successo nella Signora dalle camelie sui palcoscenici spagnoli. L’ultimo successo, lontano dall’Italia, dove anni dopo la “divina” fece ritorno in silenzio, come un’orgogliosa sopravvissuta, la quale, se non per gli altri, per sé vuole, fortissimamente vuole continuare ad essere Francesca Bertini. Una sorta di Norma Desmond (l’ex regina del muto, protagonista di Viale del tramonto di Billy Wilder), una star “a vita” che può permettersi perfino di rifiutare una proposta di Visconti, perché la parte in Vaghe stelle dell’Orsa le sembra troppo esigua in rapporto al suo prestigio (e in realtà non lo era, mentre lo fu quella, pateticamente accettata molti anni più tardi, in Novecento di Bertolucci). Il resto non conta può anche significare che nessuna importanza va attribuita a tutto quello che è successo “dopo”, sul viale del tramonto, quando ormai il mito era entrato nelle storie del cinema, ma non imponeva più la propria presenza fascinosa sugli schermi e sui manifesti affissi nelle strade.
A differenza di Norma Desmond, Francesca Bertini non trascorse i suoi anni di rimembranza in una favolosa villa fuor di moda, come una regina esule in patria. Nessuno aveva il diritto di conoscere il suo ritiro, probabilmente e forzatamente modesto. Il suo recapito era il Grand Hotel di Roma, dove un portiere compiacente e non immemore riceveva i messaggi telefonici per lei e dove essa passava regolarmente per ritirare “la posta” e per conoscere le “novità”. Fu al Grand Hotel che dovetti rivolgermi quando decisi di intervistare la star per una trasmissione televisiva. E la hall dell’albergo fu il luogo da lei scelto per la ripresa. Una volta la accompagnai “a casa”. Giunti nei pressi di piazza Ungheria, mi chiese di fermare la macchina e mi disse che scendeva li per fare qualche spesa. Il mistero (un mistero analogo eppur tanto diverso da quello dei tempi d’oro) doveva evidentemente avvolgere il luogo della sua residenza. Essa continuava ad applicare alla propria vecchiaia vissuta nell’ombra lo stesso principio su cui si era basata, nell’ora della gloria, per non spezzare “l’incantesimo”. Un giorno volle venire in moviola a “controllare”. Nella trasmissione, oltre all’intervista, c’erano anche brevissimi brani del suo film più celebre, Assunta Spina. Esigenze di metraggio mi avevano costretto ad operare qualche piccolo taglio. L’autrice-attrice risorse d’istinto, autoritariamente, per ripristinare una certa inquadratura (in fondo aveva ragione lei). Gli anni sembrava non fossero passati: era di nuovo Francesca Bertini nell’esercizio delle sue funzioni. E con la sua caratteristica cadenza napoletana non perdeva occasione di strapazzare presenti ed assenti.
Il neorealismo l’aveva inventato lei, con Assunta Spina, e il cinema d’oggi era ben poca cosa, messo a confronto con le gesta delle sue eroine di mélos. Tutti dovevano sentirsi piccoli, e inetti, al suo cospetto. In quella, come in altre occasioni, ripensai a Norma Desmond: « È il cinema che è diventato piccolo, non io… Le stelle non hanno età ».

Giulio Cesare Castello
(dalla stampa dell’epoca – archivio del curatore)

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