A Rimini con Ermete Novelli

Oltre grande attore e grande direttore, Ermete Novelli era un gran signore. Ma un signore che non si preoccupava di nascondere la qualità di attore. A vederlo, chi non lo conosceva, non poteva fare a meno di dire: dev’essere un artista di teatro, ma un artista principe.
Per apprezzarlo nell’intimità, bisognava avvicinarlo a Rimini nella sua villa, durante i mesi di riposo. Era un ospite delizioso, sia che mostrasse le sue interessanti collezioni goldoniane, o che vi offrisse un piatto di maccheroni o di scampi, la cui manipolazione era da lui stesso diretta con l’identico amore di una mise en scène d’importanza. Arguto, affabile, cordiale, sia che parlasse con una amico divenuto ministro, o con l’umile maresciallo dei carabinieri, sembrava che in lui, discorso e recitazione non subissero interruzioni. L’attore e l’uomo si confondevano mirabilmente e signorilmente.
Fu in uno degli ultimi anni della sua vita, che insieme all’amico Liberati, ci ritroviamo con lui a Rimini. Passavamo le sere al Kursaal. Ma le terrazze del ritrovo, da poco aperto, rimanevano allora ostinatamente deserte. La folla dei villeggianti preferiva oziare negli halls degli alberghi. Checcho Liberati ed io, per protesta contro l’ostinato deserto, giocavamo… alla morra. Sopravveniva Novelli, irreprensibilmente nel suo smoking.
— Ragazzi, ma che fate?! Proprio qui?!
Ma noi, imperterriti, a continuare. E la partita non s’interrompeva che all’arrivo di Francesca Bertini, la quale, alle prime armi, posava in quei giorni con Novelli, in Re Lear, nella parte di Cordelia. La piccola futura diva dello schermo, adolescente timida, in compagnia della mamma, ignota a tutti, era la sola a tenerci compagnia.
Ugo Falena

Fu proprio a Rimini, nel paese di Francesca, che io dovevo incontrarmi con la prima figura di uomo destinata a turbare la mia innocente giovinezza. Ero a Rimini, per la prima volta, nel primo anno della mia carriera cinematografica, accompagnata da mio padre e da mia madre. Mio padre vi aveva ritrovato molti amici dei suoi viaggi all’estero. Uno di questi, il marchese X, ci presentò sulla spiaggia, un conte di Milano, di antica famiglia lombarda. Il suo aspetto era quello di un Sigfrido stilizzato nella più moderna eleganza. Alto, biondo, con un profilo finissimo di medaglia, di non comune intelligenza e per tradizione famigliare portato all’arte e alla poesia. Egli, la prima volta che mi fu presentato, mi guardò con gentilezza e con una spontanea ammirazione; nessuno mi aveva guardato così, prima di lui. Sentii una vampa sul viso, poi sorrisi, confusa, quando egli mi chiese:
— Andate a teatro, stasera?
— A teatro? Non lo so. Perché?
— Vi ho veduta l’altra sera, con vostro padre. Eravate così carina!
Balbettai:
— Chi sa, forse ci andremo anche stasera…
Giunta a casa, ce ne vollero delle preghiere a mio padre per deciderlo a condurmi a teatro! Ma, naturalmente, vinsi e ci andammo.
Appena fui al mio posto, diedi una occhiata in giro, per cercare il bel Sigfrido che mi aveva tanto colpita; ma egli non c’era. E perché, allora, mi aveva detto di andare a teatro? Si era preso gioco di me? Verso le dieci, al principio del secondo atto, il palco di proscenio di destra si aprì. Una delle più belle donne dell’aristocrazia milanese, la Contessa Carla Visconti di Modrone, e la Marchesa Spina di Firenze presero posto sul davanti. Erano accompagnate da quattro uomini in smoking. Uno di essi lo riconobbi subito. Era lui!
Ne fui così scombussolata, che mi sentii impallidire e mi coprii il volto col tulle blu del mio abitino da sera, tanto temevo che mio padre se ne accorgesse.
Un urlo echeggiò nel teatro. Eravamo alla grande scena del secondo atto. Gli spettatori si facevano sempre più attenti e io ne approfittai per guardare ancora in su e vedere se egli mi aveva riconosciuta. Egli mi salutò gentilmente e mi sorrise. Io divenni rossa come una fiamma. Abbassai gli occhi e non mi voltai più. Dovessi campare cent’anni, non dimenticherò mai, mai, quel sorriso, quel suo sguardo, che per tutta la sera non si staccò da me; ne fui perdutamente, inconsciamente presa.
Fu quello, un idillio innocente, semplice. Breve. E Rimini, con la sua luce ed i suoi tramonti, con la chiesa dei Malatesta, la vasta spiaggia dai tremolanti colori, sembrava creata per alimentare questi sogni di bimba.
Francesca Bertini

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