La scena muta

Tutto era pronto per la prima posa che doveva aver luogo l’indomani a Santo Stefano Rotondo, ove una delle vecchie mura della chiesa simulava l’esterno della prigione di Manrico.

di Ugo Falena

Il breve periodo soddisfacente, ebbe il suo quartier generale a Bologna e a Venezia. Non avevamo un teatro, lo improvvisammo in una serra. Non avevamo figuranti, racimolammo quasi tutti gli attori — si era di estate — che popolavano il famoso caffè bolognese dell’Arena. Molti accorsero di buon grado; i più, riottosi quanto mai, diffidenti di una forma d’arte, che, legittimamente, ritenevano diminutiva alla loro dignità. Otello fu Ferruccio Garavaglia; Jago: Cesare Dondini. I due nobili artisti, così immaturamente scomparsi, furono dunque i primi attori italiani di valore che varcarono il Rubicone. Il loro esempio fu presto seguito da altri.

Tornati a Roma, posarono con noi; Italia Vitaliani (Fedra), Teresa Mariani — per citare soltanto nomi famosi — Oreste Calabresi (Alcalde de Zalamea), Dina Galli e Amerigo Guasti con i loro indimenticati accoliti Bracci e Ciarli. Ermete Novelli (Shylock, Morte civile, Re Lear) e persino Ferruccio Benini. Un primo passo per nobilitare il cinematografo si era fatto. Si cominciò a chiamarlo scena muta. I successi dei tre primi films furono eccellenti anche finanziariamente. Tutto insomma cospirava contro la mia prevenzione.

Ma… Ma a Roma eccoti un telegramma della Casa Madre: « Visto successo Otello, Carmen, Signora dalle camelie… eseguire tutto repertorio Verdi ». Patatrac! Addio, bei sogni. E giù, per amore o per forza: Trovatore, Forza del destino, Ballo in maschera, Aida… E dopo Verdi, Bellini, Donizetti, Rossini, Wagner: Norma, Lucrezia Borgia, Guglielmo Tell, che affidai addirittura, per essere più in carattere, a… Giuseppe Kaschman, Tristano e Isotta, che se non altro ebbe la ventura di offrire la prima interpretazione compiuta di Francesca Bertini. Perché io ebbi questa fortuna — piccolo merito che fa piacere ricordare — di far debuttare come prima donna la celebrata diva.

Il debutto avvenne in modo singolare.

Avevo ridotto — risalendo al testo originale spagnolo — Il Trovatore. Tutto era pronto per la prima posa che doveva aver luogo l’indomani a Santo Stefano Rotondo, ove una delle vecchie mura della chiesa simulava l’esterno della prigione di Manrico. Pronti i costumi, pronti gli attori. Ma mancava nientedimeno che Eleonora. Era già avanzata la sera e le pressioni per non rimandare le pose — come sempre — quasi cascasse il mondo — inaudite. Bisognava pescare a qualunque costo Eleonora. Operazione noiosa e difficile. Girare per i teatri, scegliere. Un giovane segretario, preoccupato del mio imbarazzo, timidamente si fece avanti.

— Avrei una signorina da suggerirle… molto graziosa…

— Figurati che roba…

— Ha fatto una particina in un film di Salvatore Di Giacomo, alla Cines!

— Ho bisogno d’una prima donna, non di una figurante!

— Ma la guardi… Vedrà!…

L’ora incalzava. L’idea, poi, di non dover scervellarmi a scegliere, fece il resto. Aderii a vedere la signorina.

Pochi minuti dopo, la futura diva era davanti a me.

Un viso pallido dalle linee pure da qualunque parte si osservasse. Due grandi occhi neri e limpidi. Un sorriso luminoso. Il giovane segretario non aveva torto. La maschera c’era.

— Vi piacerebbe fare una prima donna?

— Immaginate!

— Avete mai recitato.

— Sì, con Pantalena.

— Domattina alle sette. Prima posa. (Allora, per quella benedetta provvidenza del sole, si era mattinieri e non nottambuli, al cinematografo).

Un sorriso anche più luminoso, fu la risposta.

E, l’indomani, Eleonora pianse il suo martirio sotto la prigione. E pianse con tale sincerità e compostezza d’atteggiamento che restò nostra prima donna.

Vi restò due anni, salvo una breve lacuna. Anche la Bertini credeva poco allora, all’avvenire del cinematografo. Ma aveva una gran voglia di fare, una grande passione di arrivare, un vero amore istintivo, per l’arte. Voleva affermarsi; era impaziente. Chiese lo scioglimento per tornare con Pantalena. « Il teatro resta. Il cinematografo, chi sa? » E andò, ma… ritornò. E fu la sua fortuna. A poco a poco, dai paesi più diversi, giungevano all’attrice, cartoline di ammiratori. Ne arrivavano dalla Russia, dalla Germania. Se ne stupiva lei stessa. L’estero cominciava ad apprezzare il temperamento dell’artista, a considerarla quasi il campione assoluto della bellezza femminile italica. E presto — improvvisa — venne la celebrità. Due dei più forti industriali se la contesero: l’avv. Mecheri e l’avv. Barattolo. Vinse il secondo, e fondò su di lei la fortuna della sua Caesar. Eleonora non mancò dunque alle sue promesse. E la sua fama divenne così universale che una scrittrice americana mi dichiarò, un giorno, di essere venuta in Italia, d’incarico del suo giornale, per intervistare cinque personaggi: il Papa, Gabriele d’Annunzio, Eleonora Duse, Roberto Bracco e… Francesca Bertini.

 

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