L’invidia al Cinema Santa Brigida

L’impegno assunto verso il pubblico di editare tutta intera la serie dei Sette Peccati Capitali ha indotta la Bertini Film ad un’improba fatica.

L’impegno assunto verso il pubblico di editare tutta intera la serie dei Sette Peccati Capitali ha indotta la Bertini Film ad un’improba fatica, della cui necessità, della cui utilità, del ricavato vero, dal punto di vista artistico principalmente, la stessa Francesca Bertini dev’essere sfiduciata. Ma tant’è di fronte al pubblico è stato sottoscritto un troppo oneroso contratto, e non si deve muover lagnanza se esso fa sentire i suoi diritti, e proclama, con indubbi segni di disapprovazione, che i sette scalini, su cui discende, secondo la regola scolastica e catechistica, il vizio umano, segnando, a loro volta, un sempre maggiore decadimento dell’avventura cinematografica, che attraverso essi, ha voluto tentare la famosa Francesca.
Poiché, la cinematografia del sesto dei peccati mortali non può assolutamente classificarsi nel numero delle produzioni cui abbiano collaborato ingegno ed opera, che, partendo da una tesi prestabilita, arrivino a risultati se non concerti, per lo meno afferrabili, tangibili, visivi, quale è il compito della riproduzione sullo schermo, non può avere contribuito altro valore, oltre quello precisamente tecnico per una casa che si rispetti e per una protagonista quale è Francesca Bertini la quale in questa film non gode neppure il privilegio di mettere in mostra, come è sua prerogativa, sé stessa. Sé stessa, nel senso di esporre per lo meno agli occhi del pubblico che la conosce nei multiformi aspetti, nuovi lati o il solito lato della sua bellezza plastica — il maggior merito — o l’unico merito? — che abbia l’artista della Caesar — della sua eleganza, un po’ affinché, ma insomma sempre rilevante, in una parola di riempire da sola, tutta da sola ben cinque atti di un inutile soggetto. Neppure questo. La Bertini in Invidia riesce in un affetto contrario: è brutta, brutta come può esserlo una donna qualsiasi, che non abbia i suoi occhi, la sua tournure, il suo acuto profilo, e questa bruttezza, giustificabile con una giornata di nervi e di malumore dell’attrice — ogni peccato, per giustizia divina, imbruttisce il peccatore!— non è neppure animata, avvivata da un palpito che scopra l’anima, da un gesto solo che distragga l’attenzione dello spettatore dalla donna per riportarlo all’attrice. Manca, sicché, anche questo unico pregio che poteva avere Invidia, che si trascina lungamente, lunghissimamente ed, ahimè! inutilmente in molte scene scempie ed inconcludenti, in cui il sesto peccato è conficcato proprio con incredibili sforzi.
Il soggetto? E perché raccontarlo? Pensi il pubblico alla più banale, alla più volgare manifestazione che si possa avere del sentimento dell’invidia: e forse costruirà qualche cosa di più logico e di più reale ed umano della solenne scempiaggine riprodotta dalla Bertini Film. Non è possibile dire meno di questo, e ci vuole tutta la buona volontà per non dire di più. Poiché da una Casa che squilla il proprio nome per tutto il mondo, che s’adorna d’una prima attrice notissima in tutto il mondo, che ha per molto tempo portato la rappresentanza di quello che potesse valere e dare la interpretazione cinematografica italiana, si ha il diritto di pretendere di più, di volere di più; di attendersi finalmente quelle manifestazioni che ritornano ad onore degli interpreti medesimi e dell’arte.

Napoli, Aprile 1919

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