La perla del cinema della Caesar Film

Francesca Bertini esegue meglio le film, di quello che le concepisca; tant’è vero che il suo difetto più grave se l’è creato col crearsi il soggetto.

Uno spunto eccellente, di simpatica originalità. Peccato ch’esso non abbia avuto tutto lo svolgimento che era lecito attendersene.

Perché l’intreccio — un fatto normale di cronaca — non doveva essere che un’artificio necessario a svelare sullo schermo il mondo del cinematografo, con la sua vita turbinosa, la sua attività febbrile, il suo vasto sistema d’opera e di congegni da cui sorge, limpida e armonica la film in apparenza semplice e facile, in realtà fatica aspra e complessa.

Invece questa ″trovata″ caratteristica ed originale ha qui troppo piccola parte, soffocata com’è da un preponderante sviluppo delle scene ″passionali″. Al pubblico interessano fino ad un certo punto i particolari insignificanti della vita contadinesca di Zingarella, che non offrono speciali attrattive né escono dalla comune esperienza degli usi della campagna: esso vuole penetrare il segreto dei misteriosi crogioli del cinematografo, che ignora e spesso non sa immaginare.

Ora, a così legittima curiosità ben poco è concesso, e la lentezza con cui procede la troppo breve e facile azione rende più acuto il senso dell’imperfetto soddisfacimento.

Si vede che la creatrice del soggetto ha voluto in modo soverchio indulgere alla lusinga di ″far del teatro″: ha contemplato nella film che ideava, troppo se stessa e la sua parte e l’occasione di manifestarsi attrice. Attrice: colei, cioè, che può indugiare nell’espressione dell’amore, della gioia, e del dolore nelle linee del volto, levandosi tanto più grande, quanto maggiore è l’eloquenza della pausa che sa sostenere.

Dissi più volte che ciò mal s’accorda col cinematografo; né mi stancherò di ripetere che questo deve dimenticare il teatro, se vuole esistere in sé e per sé.

Ho rilevato che la trama è l’ordinario fatto di cronaca: nulla di male, in fondo, dato che l’ambiente è quello in cui viviamo e dove è logico accadano cose di tutti i giorni; ma certo è più difficile trarne quadri interessanti e non volgari. Sotto questo aspetto, l’opera di chi ha diretto la film (Giuseppe De Liguoro), manifesta vera perizia e squisito senso della misura e del decoro.

Tra gli esecutori, che sono tutti al loro posto, e fra essi specialmente il Serena, che conserva anche qui la sobria linea delle sue precedenti interpretazioni, ha larghissima parte la Bertini. Evidentemente essa esegue meglio le film, di quello che le concepisca; tant’è vero che il suo difetto più grave se l’è creato col crearsi il soggetto. Si è immaginata una parte di contadinesca semi-selvaggia, nella quale ben le si attaglia una certa sua aria di fiera monella, ma ha saltato di piè pari tutta la sua trasformazione da piccola incolta vagabonda a raffinata ″perla″ del cinematografo: una trasformazione che avrebbe offerto l’opportunità di interessanti e non solite manifestazioni di un temperamento non arido di risorse.

Si è affrettata, invece, alla parte drammatica a cui si è abbandonata con la felicità e la esuberanza di chi si crede giunto al più arduo cimento e deve provare la propria virtuosità. Virtuosità, difatti, e non virtù. Virtuosità per stemperare tutte le espressioni della propria maschera tragica; abuso di Lyda Borelli che la Bertini non dovrebbe seguire, perché è ottima attrice cinematografica, mentre la Borelli non è.

a. r.
(tratto da Apollon)

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