Il bluff Francesca Bertini e le proteste del pubblico

Il cammino di coloro che vogliono veramente procedere a passo sperduto e non zoppicare dev’essere sgombro d’ogni ostacolo. 

Quando mi decisi a scrivere quello, che onestamente sentivo nei riguardi di un certo ventilato progetto per richiamare alla luce dello schermo italiano Francesca Bertini, già immaginavo il fragoroso coro di proteste che le mie affermazioni avrebbero suscitato tra molti.

E non mi sono ingannato. Il mio articolo ha reso pressoché furibonda una grande infinità di persone e specialmente del «cosiddetto» gentil sesso. Dolci strali, in verità, i vostri, amabilissime creature, ma strali che non possono e non potranno mai farmi recedere da quella che è la mia sincera e ben meditata opinione.

Sono veramente addolorato di dover ripetere qui, pubblicamente, ancora una volta, che tutto quanto ho scritto al proposito è una mia convinzione certissima e che tale
convinzione riconfermo appieno oggi stesso.

Solamente poiché sembra che taluni e talune abbiano interpretato il mio articolo come una postuma vendetta contro pretese scortesie della ex «diva », voglio e desidero chiarire esattamente il mio pensiero.

Non vendette, non sabotaggio, poiché e dall’una e dall’altro rifugge, come sta a provarlo tutta la mia attività giornalistica di quasi dieci anni, il mio animo, ma solamente onestà di intendimenti, e sopratutto amore grande per la nostra disgraziata Cinematografia mi spinsero a scrivere quello che scrissi. Chi molto, come me (e lo sanno coloro che mi conoscono) tanto lottò perché la Industria Cinematografica potesse risommare a galla dal morto stagno nel quale s’era coscientemente gettata a capofitto, chi molto, come me, ha seguito, appoggiato, incoraggiato con tutte le sue forze l’opera di rinascita può dire se la severa parola pronunciata nei confronti della Bertini fosse o potesse essere ispirata da men che lodevoli e imparzialissimi intenti. Ma quando ancora, nonostante le prove e nonostante gli esempi passati c’è chi pretenderebbe rifare della Cinematografia nazionale il bel regno della dissipazione e della imbecillità, allora il mio cuore non può che ribellarsi a queste grottesche e furfantesche brighe. E si ribella come sa.

Il mio articolo in questione voleva, non altro che mettere in guardia gli illusi e disperdere le velleità di tutti coloro che conservano la vecchia e sorpassata mentalità industriale e artistica di cinque anni addietro. Non altro, signori. E voler, a tutti i costi, guardare oltre è malafede della più autentica specie.

Inutile, quindi, mormorare lamentele e lavorare di fantasia: il mio articolo voleva dire che il tempo, l’epoca, i gusti di quel periodo in cui dominò e predominò Francesca Bertini sono cose morte da un pezzo e che indietro — per dirla con una chiara
proposizione fascista — indietro non si torna e non si deve assolutamente tornare.

Se davvero il buon nome e la fortuna dell’industria filmica italiana premono, non
a parole, bisogna finalmente convincersi che l’unica e la sola strada sicura da percorrere è quella che si distacca dalle antiche e che le taglia tutte a metà.

Non c’è, a mio modo di vedere, alcuna altra possibilità all’infuori di quella che gettare in un canto tutto il frusto e scolorito ciarpame che poteva essere di moda un quinquennio fa, e che adesso è roba da finire nell’immondizia.

Il cammino di coloro che vogliono veramente procedere a passo sperduto e non zoppicare dev’essere sgombro d’ogni ostacolo.

Francesca Bertini (cioè a dire tutto un periodo di lavoro che non ci fece sinceramente onore né all’Italia né all’Estero) non c’è più. E non ci sarà più.

C’è, invece. (ed è un’altra cosa), il bel sorriso giovanile della contessa Elena Cartier: mammina innamorata del suo Jean-Benedict, del suo piccolo.

E non si può, davvero pensare, che più dolce e umana gioia le fosse concessa. Ella ha ormai compiuto un’opera che vale — non è vero signora? — molto, ma molto
di più di tutti i films che fece Francesca Bertini.

Giuseppe Lega
Roma, ottobre 1925

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